26 Giugno 2026, di Anna Fabi – PMI.it
Dal 1° luglio 2026 la scelta su dove destinare il TFR diventa più stringente, perché cambiano le regole di adesione ai fondi pensione e si accorciano i tempi per decidere. Il bivio per il lavoratore è sempre lo stesso, accantonare il trattamento di fine rapporto in azienda o versarlo a un fondo di previdenza complementare e la cattiva informazione, come fotografa l’ultimo Rapporto Censis-Assogestioni, è il primo ostacolo a una scelta consapevole. E gli italiani faticano a scegliere proattivamente il secondo pilastro della previdenza nonostante le pensioni pubbliche siano sempre più povere e lontane.
I punti chiave per decidere:
- il TFR lasciato in azienda si rivaluta dell’1,5% fisso più il 75% dell’indice ISTAT e alla liquidazione è tassato ad aliquota IRPEF media, da 23% in su;
- nel fondo pensione la tassazione finale va dal 15% al 9% in base agli anni di adesione, con rendimenti legati ai mercati e contributi deducibili fino a 5.300 euro annui;
- dal 1° luglio 2026 i neoassunti del settore privato hanno 60 giorni per scegliere, poi scatta l’adesione automatica al fondo negoziale di categoria;
- la soglia oltre la quale il TFR inoptato va al Fondo di Tesoreria INPS sale a 60 dipendenti per il 2026-2027 e, una volta lì, il TFR non è più trasferibile a un fondo pensione.
TFR azienda o fondo pensione, cosa conviene oggi
Non esiste una risposta valida per tutti, perché la convenienza dipende da quanti anni separano dalla pensione, dal reddito e dalla propensione al rischio. Su un orizzonte lungo, però, la bilancia pende verso il fondo pensione per una ragione misurabile: la tassazione agevolata sulla liquidazione e sui rendimenti, unita all’eventuale contributo del datore di lavoro, tende a produrre un montante netto superiore a quello del TFR lasciato in azienda. Chi è vicino al pensionamento o prevede di usare presto quel capitale ha invece ragioni concrete per valutare la strada opposta. Anche la deducibilità fiscale fino a 5.300 euro annui e la portabilità del contributo datoriale verso un fondo aperto rendono più appetibile la scelta del fondo pensione.
Il punto di partenza è capire che si tratta di due strumenti diversi. In azienda il TFR è capitale garantito che cresce con una formula fissa di legge. Nel fondo diventa risparmio investito sui mercati, con un potenziale di crescita maggiore ma anche con oscillazioni nel breve periodo. Su questa differenza di natura si innestano tassazione, deducibilità e flessibilità, che decidono il risultato finale.
La tassazione incide sul rendimento
La tassazione del TFR agisce su due binari distinti e da sola incide più di ogni altra voce sul risultato finale. La rivalutazione annua del TFR lasciato in azienda, cioè il rendimento, sconta un’imposta sostitutiva del 17% versata ogni anno dal datore di lavoro, ai sensi dell’art. 11, comma 3, del D.Lgs. n. 47/2000. La quota capitale accantonata viene invece tassata solo alla cessazione del rapporto.
A quel punto sul TFR lasciato in azienda si applica la tassazione separata: il TFR maturato viene moltiplicato per dodici e diviso per gli anni di servizio, e sul reddito di riferimento così ottenuto si calcola l’aliquota IRPEF. La differenza tra il TFR lordo e l’imposta restituisce il netto a disposizione del lavoratore.
L’aliquota applicata segue gli scaglioni IRPEF e di norma non scende sotto il 23%. Nel fondo pensione, invece, la stessa somma sconta un’aliquota che parte dal 15% e cala di 0,30 punti per ogni anno di adesione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9%. Più a lungo si resta nel fondo, meno si paga al momento dell’incasso.
Il vantaggio si estende ai rendimenti maturati lungo il percorso. Nei fondi pensione sono tassati al 20%, contro il 26% applicato alla maggior parte degli strumenti finanziari, e scendono al 12,5% sulla quota investita in titoli di Stato. Secondo i dati COVIP sull’ultimo decennio, le linee a più alto contenuto azionario hanno reso intorno al 5% medio annuo composto, contro circa il 2,5% della rivalutazione del TFR, anche se i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri e il risultato dipende dal comparto scelto.
Esempio di guadagno a confronto su un TFR da 30mila euro
Tradotto in cifre, su un TFR accumulato di circa 30.000 euro, la tassazione in azienda può assorbire il 23-27% mentre nel fondo pensione, dopo molti anni di adesione, l’aliquota può scendere fino al 9%. La differenza vale indicativamente tra 4.000 e 5.000 euro di sole imposte in meno con il fondo, a parità di capitale di partenza e prima ancora di considerare i rendimenti. La cifra esatta cambia da persona a persona, perché dipende dall’aliquota IRPEF individuale e dagli anni di permanenza, ma l’ordine di grandezza tiene.
Per stimare il TFR maturato e quello che maturerà nel proprio caso, il punto di partenza è il calcolo del TFR, su cui ragionare poi la destinazione.
TFR in azienda e fondo pensione, regole a confronto
Lo schema delle due opzioni mette in fila gli elementi che pesano sulla scelta.
| TFR in azienda | TFR nel fondo pensione |
|---|---|
| rivalutazione fissa 1,5% + 75% ISTAT, capitale garantito | rendimento legato ai mercati, capitale che può oscillare nel breve |
| tassazione finale ad aliquota IRPEF media, da 23% in su | tassazione finale agevolata, dal 15% al 9% con gli anni |
| nessuna deducibilità dei versamenti | contributi deducibili fino a 5.300 euro annui |
| nessun contributo del datore di lavoro | contributo datoriale dove previsto dal CCNL |
Il contributo del datore è la voce più trascurata: dove il contratto collettivo lo prevede, versando una quota volontaria minima si attiva una somma aggiuntiva dell’azienda che, lasciando il TFR in azienda, si perde del tutto.
Quando conviene lasciare il TFR in azienda
In alcune situazioni tenere il TFR in azienda è la scelta più sensata. La prima riguarda chi è a pochi anni dalla pensione: l’orizzonte breve non lascia il tempo di assorbire un’annata negativa dei mercati né di far scendere l’aliquota fiscale verso il minimo, e la crescita lenta ma certa del TFR offre più sicurezza. La seconda riguarda chi prevede di aver bisogno presto della liquidità, perché in azienda l’anticipo per la prima casa o le spese mediche è in certi casi più immediato da ottenere.
Conta anche la tolleranza al rischio: chi non sopporta di veder oscillare il capitale, anche solo per un anno, può preferire la stabilità della rivalutazione di legge. La scelta, in ogni caso, va fatta a monte e con consapevolezza.
Cosa cambia sul TFR dal 1° luglio 2026
La riforma della Legge di Bilancio 2026 ribalta il meccanismo della scelta. Per i lavoratori del settore privato neoassunti dal 1° luglio 2026, l’iscrizione alla previdenza complementare è automatica dalla data di assunzione: il lavoratore ha 60 giorni per rinunciare e, in assenza di rinuncia, l’adesione si consolida con il conferimento dell’intero TFR e dei contributi di lavoratore e datore al fondo pensione negoziale del contratto collettivo applicato. Le direttive COVIP del 19 giugno 2026, attuative della legge n. 199/2025, precisano che lo stesso automatismo vale per chi ha già lavorato e attiva un nuovo rapporto dal 1° luglio avendo una posizione previdenziale in essere, mentre chi è già occupato e non cambia datore non rientra nel meccanismo e continua a seguire le regole precedenti.
Cambia anche l’obbligo di versamento al Fondo di Tesoreria INPS per il TFR non destinato ai fondi: la soglia non è più legata ai dipendenti del 2006 ma alla media dell’anno precedente, e sale a 60 dipendenti per il biennio 2026-2027, scende a 50 dipendenti dal 2028 al 2031 e a 40 dipendenti dal 2032, secondo la circolare INPS n. 12/2026. È un passaggio decisivo, perché una volta che il TFR è confluito alla Tesoreria INPS non può più essere dirottato verso un fondo pensione.
